Spes Ultima Dea – una Recensione in Italiano

Spes ultima dea1

di Giovanni Faccenda

In silenzio, la notte svanisce dal mare oltre i colli pescaresi cari a D’Annunzio. L’alba ha i colori diafani della pittura di Lucia Ghetto: mescolanze di toni madreperlacei come rubati a questo risveglio. Nel sostrato narrativo di una figurazione arricchita da varie desinenze classiche, riecheggia il diario autobiografico di un’artista portata a indagare pulsioni e inquietudini interne a una intimità domestica che si manifesta con apparente monotonia. Al contrario, proprio dissimulati episodi di vita come misteriose, occulte rimembranze risultano i veri pretesti espressivi di una ermetica allegoria, nella quale il racconto tenuto sotterraneo è parte integrante di un complesso iconografico denso di sfumature esistenziali.

Sta, soprattutto, nella ricorrente immagine della ballerina (per la quale posa una modella d’eccezione: sua figlia Francesca) l’affermazione di un teorema, anche estetico, che rifiuta ogni retorico succedaneo, per dar conto di una realtà scadenzata da impercettibili accadimenti, fatti essenziali, riflessioni e pensieri trattenuti con un sospiro in quel grande scrigno che è l’anima.

La pittura è come un grimaldello con il quale Lucia Ghetto apre al suo mondo: vi si entra, timorosi, scoprendo qualcosa che non ha bisogno di voce per risuonare dentro i più sensibili, tanto è vitale l’afflato che insiste in ogni dipinto, tanto è sapida di verità una confessione che incontra, nella stessa gradazione dei toni con cui è costruito l’impianto cromatico, riflessi di tormentata coscienza.

Persino la tecnica – che ricorda, con segreta allusione, i preziosi intonaci di certe ville pompeiane – accresce la suggestione di composizioni pittoriche nelle quali risalta l’abilità nel disegno, l’uso sorvegliato del colore, la rarefatta predominanza di uno in particolare, al punto di chiedersi cosa ci sia di veneto – pensando per un attimo alle radici anagrafiche dell’autrice – in un esercizio espressivo che mostra altre frequentazioni, emancipandosi, infine, nella grazia estatica che genera un più profondo turbamento.

Verrebbe fatto di pensare a certe figure di Volterrano imprigionate in una fissità intrigante, in quella posa enigmatica che travalica la sua stessa contemporaneità per incontrarne un’altra senza tempo… Ma altri sono i riferimenti elettivi della pittrice vicentina, certo nel tempo più vicini.

Nel grande alveo dell’arte moderna Lucia Ghetto ha infatti saputo scegliere riferimenti congeniali alle proprie urgenze emotive. Del tutto disinteressata a un’estetica spicciola, ebbra di luoghi comuni, è riuscita a incamminarsi in quelle strade solitarie dove la bellezza è, insieme, traguardo esclusivo e premio per chi è sfuggito alle insidie di certe scorciatoie contemporanee, nelle quali artisti cialtroni, critici furbastri e mercanti privi di scrupolo fanno incetta di recensioni a pagamento, superlativi a buon mercato, prezzi che si commentano da soli…

Dipingere è diventato un vezzo, in qualche caso una colpa. Così, l’accusa più lieve che qualcuno potrebbe rivolgere a un’opera come questa è quella di un evanescente anacronismo riferibile, soprattutto, al ricercato impegno con la figura. Balordaggini, queste, e tante altre come queste, giustificabili soltanto pensando che, chi ha il coraggio di scriverle o asserirle, in più di un caso non ha mai tenuto una matita in mano.

Altro, invece, si dovrebbe affermare quando, al cospetto di un dipinto, si è come assaliti da un coacervo di stati d’animo sedimentati nel colore: il senso di stupore iniziale accompagna il graduale riconoscimento di tensioni ancora calde nella materia, vibrazioni spirituali che provengono da un altrove tanto simile al nostro. Non ci importa, allora, di sapere in quale giorno o a quale ora Lucia Ghetto ha terminato quel quadro; se fuori splendeva il sole o la pioggia picchiettava lieve lungo le finestre. Conta il brivido che abbiamo provato, e continueremo a provare ogni volta che un dato fatto ci farà sentire tristi o lieti, inquieti o spensierati come quella ballerina che danza silenziosa e che, forse, non riusciremo mai a incontrare…

Montesilvano, luglio 2006.

[1] Proverbio del latino tardo che attinge a una tradizione più antica, quella del famoso mito di Pandora (Esiodo, Opere e giorni, vv. 96 ss.). A lei gli dei dettero un vaso colmo di tutti i beni desiderati dagli uomini. La donna curiosa lo aprì, disperdendone il prezioso contenuto. Solo la speranza rimase sul fondo, come unica consolazione per i mortali.